S. Moisè

S. Moisè (Parrocchia, Campo, Salizzada, Rio, Ponte, Piscina). Per quanto scrivono i cronisti, la chiesa di S. Moisè venne edificata nel 797 dalle famiglie Artigera e Scoparia, sotto il titolo di S. Vittore. Essendo però di tavole, già nel 947 accennava di cadere, per cui fu rifabbricata a merito specialmente di Moisè Venier, che volle dedicarla al santo del suo nome. Altra rifabbrica ebbe dopo l’incendio del 1105, e l’ultima finalmente nel 1682 sul disegno di Alessandro Tremignon. La facciata, straricca di marmi, che costò 30 mila ducati alla patrizia famiglia Fini, mostra il decadimento dell’arte, e minacciando rovina, fu nel 1878 ristaurata col toglimento d’alcune statue, che soverchiamente la gravitavano. La chiesa di S. Moisè era parrocchiale, ma nel 1810 divenne sussidiaria di S. Marco.

In parrocchia di San Moisè abitò il celebre pittore Giacomo Dal Fiore, come si scorge dal suo testamento fatto il 2 ottobre 1439, in atti d’Ambrogio Baffo, pievano di S. Polo. Egli, come avea prescritto, fu sepolto nel chiostro del monastero dei Santi Giovanni e Paolo, probabilmente nell’arca ove prima erano stati sepolti Francesco e Livia suoi genitori.

Avendo Ercole, conte di Montenero, ucciso un certo Chiodo presso la chiesa di S. Moisè, venne appiccato con quattro suoi soldati nel 1549.

In questa parrocchia morì il 5 agosto 1552 il francescano Matteo da Bascio, primo generale dell’ordine dei Cappuccini, e riposto fra i beati. In tale circostanza nacque fiera contesa tra il pievano di San Moisè, Baldassare Martini, ed i frati di San Francesco della Vigna, volendo il primo seppellire il defunto nella sua chiesa, nella loro i secondi. La vinsero quest’ultimi. Leggesi nei Casi Memorabili Veneziani, raccolti dal N. U. Pietro Gradenigo da S. Giustina che Matteo da Bascio soleva percorrere la città predicando, e riempiendola di rumori, e che un giorno nell’ora di terza, quando sogliono i nobili assistere ai loro tribunali, fu veduto con una lucerna, ed un pennello camminare per le sale, come se cercasse qualche cosa perduta. Interrogato che facesse, rispose ― cerco la giustizia! ― Perciò fu bandito a Chioggia, ma, reduce dopo due anni, un giorno che si era congregato il Consiglio di XL al Criminale, si fece avanti intrepidamente e con voce orrenda esclamò: ― All’inferno tutti quelli che giustamente non amministrano la giustizia! All’inferno tutti i potenti, che per forza opprimono i poverelli! All’inferno tutti quei giudici che condannano gl’innocenti a morte! ― Questa volta venne cacciato dalla sala, e l’avrebbe al certo passata male se non si fosse interposto il di lui amico Sebastiano Venier. Circa i miracoli attribuiti al B. Matteo da Bascio, vedi gli Annali dei Cappuccini del Boverio, ed anche il libro presente, ove si parla del Ponte dell’Angelo, presso S. Marco.

Ritroviamo nei Necrologi Sanitari: 1591, 22 Luglio. La signora Veronica Francha de anni 45 da febre già giorni 20. – San Moisé. Sembra fuor di dubbio che costei sia la celebre letterata e cortigiana Veronica Franco, di cui abbiamo due testamenti, l’uno del 10 agosto 1564 in atti Anton Maria Vincenti, e l’altro del 1° novembre 1570, in atti Baldassare Fiume. Da questi testamenti risulta che era figlia di Francesco Franco e di Paola Fracassa, che era stata congiunta in matrimonio con un Paolo Panizza, che aveva procreato un figlio per nome Achille con un Giacomo di Baballi Raguseo, ed un altro, per nome Enea, con Andrea Tron del cl.mo m. Polo. Nel secondo testamento benefica due donzelle da bon per il suo maritar, ma se si ritrovasse due meretrici che volessino lassar la cativa vita, e maritarsi, o monacharsi, in questo caso sia abrazado dette due meretrici, et non le donzelle. Dalla surriferita annotazione mortuaria, nonché dal primo testamento in cui Veronica dichiara di esser gravida, risulterebbe l’errore in cui cadde il padre degli Agostini, seguito dal Cicogna, calcolando, sopra la fede d’un’iscrizione unita ad un ritratto di Veronica, che essa vedesse la luce nel 1553, ovvero 1554.

Per questa donna, che, rinsavita, promosse l’erezione della Casa del Soccorso, vedi la nostra monografia col titolo Veronica Franco ecc.

Leggesi in un codice di casa Mocenigo: Avvenne in questi giorni (1598), che Paolo Flessi, piovano di S. Moisè, e canonico di S. Marco, fu d’ordine del patriarca trattenuto in casa d’una meretrice. Pretese il doge appartenesse a sé il punirlo, e passata la materia al Senato, restò deciso che avesse il doge la patronìa sopra i suoi canonici, sicché fattosi portare il processo, depose il piovano, ed in suo luogo elesse il piovano di S. Giuliano.

Morirono in parrocchia di S. Moisè nel 1601 Cesare Vecellio pittore, e nel 1620 Giacomo Franco intagliatore in rame.

In parrocchia di S. Moisè abitò Giovanni Contarini, buon pittore, nato nel 1549 da famiglia cittadinesca veneziana. Egli andò alla corte dell’imperatore Rodolfo II, da cui venne fatto cavaliere. Passò quindi ad Inspruck, ma incolpato d’aver goduto una dama di quella corte, dovette ritornare in patria. Qui lasciamo le parole al cav. Ridolfi, che così si esprime nella vita del pittore suddetto: Presa casa di nuovo in Venezia a S. Moisè, si diede a dipingere, e vestendo l’abito corto con spada al fianco e cappello ripieno di piume e collana d’oro al collo donatagli dall’Imperadore, incontrossi una fiata in Marco Dolce, Capitan grande di giustizia, che volle intendere con quale autorità portasse le armi, a cui Giovanni rispose ch’era cavaliere e di casa Contarina. Ma, a persuasione del Dolce, si dispose poi a cangiar l’abito, ed a vestir la toga veneta, e divenutogli amico, fece il di lui ritratto in piedi così naturale, che portatolo a casa, vi corsero incontro i cani ed i gatti, facendogli festa, credendolo il suo vero padrone. Lasciando al Ridolfi la fede di quest’ultimo asserto, diremo che il Contarini diede in Venezia saggi non pochi del suo valente pennello. Egli, dopo aversi invaghito d’una giovanetta, ed aver sofferto per essa incomodi e prigionia, morì nel 1605, essendo nel cinquantesimosesto anno di età.

Quanto al cav. G. Battista Guarini, anch’egli decesso in parrocchia di S. Moisè, vedi S. Maurizio (Campo).

Della Calle Lunga S. Moisè fa cenno il Cod. 58, Classe XI della Marciana, col seguente racconto, posto sotto il 16 agosto 1743: Jeri sera in Calle Lunga S. Moisè, dando braccio alla N. D. Catterina Barbarigo il N. U. Nicoletto Gambara dalla Carità, urtò un barcarolo, dicendogli che desse luogo. Il barcarolo, o che non lo conobbe, o altro che si fosse, tratto tosto un coltello, gli aventò due colpi, dei quali uno lo colse, benché leggerissimamente, in un braccio. Non si è ancora saputo chi sia costui.

Altro avvenimento, successo in parrocchia di S. Moisè, è così descritto dalla cronaca Molin: Adì 15 marzo 1751, la mattina fu trovata trucidata nel proprio letto la N. D. Vittoria Basadonna fu de s. Alvise da S. Giacomo dall’Orio. Essa N. D. era in casa del N. U. Bernardo Gritti q. Marcantonio in Calle del Tagliapietra per andar al Ponte di Ca’ Barozzi, né mai si è potuto venir in cognizione dell’interfettore, e li furono rubate quella notte diverse argenterie, et un sacchetto di cecchini, ma fu supposto questo furto esser stato commesso solo per poner la giustizia in dubbio, perché potevano rubare comodamente assai di più.

Il giorno 26 maggio dell’anno 1752, durante un fierissimo temporale, insorto verso le nove del mattino, un fulmine colpì la chiesa di S. Moisè, e scendendo per la catena di ferro, da cui pendeva la lampada ardente dinanzi all’altare di M. V. Addolorata, uccise il prete Valentino Piva, che a quell’altare diceva messa, e la persona che alla medesima rispondeva.

In Piscina di S. Moisè, nel 1782, 10 giugno, si vide precipitare dai balconi del casino del N. U. Pietro Donà, un fabbro, che si ruppe le gambe, e poco dopo morì, non senza prima aver detto che il Donà l’aveva fatto gettare in istrada dai proprii servi. Sotto tale accusa, questi ed il loro padrone furono il 17 settembre seguente citati in giudizio, ma il prete Zilli, che nelle sue Memorie manoscritte al Civico Museo ci racconta l’avventura, non ci fa sapere l’esito del processo.

In Piscina di S. Moisè era domiciliato il celebre Cicognara, autore della Storia della Scultura.

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